LA NATURALEZZA DELL’ARTIFICIO

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ANGELA GRIGOLATO X VIRGINIA VALLE

Angela Grigolato (Rovigo, 1994) dopo una laurea in Didattica e Comunicazione all’Accademia di Belle Arti di Bologna ha proseguito gli studi nel dipartimento di fotografia della Willem De Kooning Academy di Rotterdam fino al 2019, anno in cui è diventata assistente dell’artista Chiara Camoni. Attualmente vive a Venezia dove sta partecipando a una residenza presso Fondazione Bevilacqua La Masa. 

Il 2020 l’ha vista coinvolta in quattro mostre: Tensioni Superficiali allo SPARC* di Venezia, curato da Francesca Giubilei e Luca Berta; 222 Prospettiva Comune al Giudecca Art District, a cura di Francesca Mavaracchio e Pier Paolo Scelsi; 103° Collettiva Giovani Artisti presso Fondazione Bevilacqua la Masa curata da Stefano Coletto e infine Arte e Mondo al giardino delle arti Zu Art della Fondazione Zucchelli di Bologna sotto la curatela di Carmen Lorenzetti.

Flowing Ruin (Delta) - Angela Grigolato - courtesy of the artis
Flowing Ruin (Delta) – courtesy of the artis

Virginia Valle: Molte tue opere si pongono come vessilli tesi a esaltare una Metafisica della Mescolanza, come la definirebbe Emanuele Coccia. Come si concretizza questo tentativo di inclusività tra naturale e artificiale nei tuoi lavori? 

Angela Grigolato: La distinzione tra naturale e artificiale è frutto di un modo di pensare il mondo in cui l’uomo è scisso dal resto, è una creatura indipendente che ha il potere di influire sull’ecosistema dettandone le regole. Questa separazione non esiste, tutto è natura, l’artificio è naturale. Nonostante ogni essere viva in una bolla dettata dai suoi sensi siamo tutti parte di un ambiente unitario in cui la morte di un individuo non è che la prosecuzione di una vita collettiva. Penso alla tecnologia come a qualcosa che permette di ampliare i confini degli organi sensoriali e tendere verso l’altro da sé. La mia ricerca è centrata sulla mescolanza di questi piani, l’organico convive con le tracce digitali lasciate dal mezzo che cattura l’immagine.  

V.V.: Le tue opere sono spesso realizzate mediante uno scanner o una macchina fotografica. Perché la scelta di questi mezzi? 

A.G.: La mia ricerca è legata alla necessità di approfondire le implicazioni che il medium fotografico porta con sé. Non sono una fotografa e ogni mio tentativo è teso a decostruire il mezzo per poterlo comprendere e poter poi creare un’immagine sintesi di questa riflessione. Lo scanner è per me uno strumento para-fotografico, iniziai ad usarlo guidata dalla voglia di avvicinarmi di più ai miei soggetti, la lente della camera non lo permetteva, era un filtro troppo ingombrante, a quel punto ho iniziato a pensare allo scanner come ad un grande sensore fotografico su cui poter agire direttamente ovviando al problema della distanza e potendo allungare moltissimo i tempi di esposizione.

V.V.: In Green Stilo così come in Shadow (about a new silver skin, open eyes and a long journey to start) e Deep Bright Place, assistiamo a una metamorfosi, a un cambio di condizione che si manifesta nell’immagine di una foglia recisa in decadimento o nel mutamento di fisionomia e colore delle anguille nel loro migrare verso luoghi nuovi. Com’è nata l’idea per queste opere? 

A.G.: Ero rimasta affascinata da un racconto sulla migrazione di questi animali, le anguille, che per la maggior parte della propria esistenza vivono lungo scoli e piccoli canali e quando sentono il richiamo della riproduzione smettono di nutrirsi e mutano colore della pelle e forma degli occhi. Si dirigono poi verso il mar dei Sargassi, dove successivamente alla nascita della progenie muoiono. Decadimento, morte e rinascita sono parole importantissime per ripensare il nostro stare sul pianeta in questo momento storico così delicato. Come direbbe Donna Haraway abbiamo bisogno di buoni alleati per “con-pensare”, ovvero pensare insieme. Immaginare la morte come uno stadio necessario per ritornare a contatto con l’altro da sè, perchè la storia continui.

Shadow (about a new silver skin, open eyes, and a long journey to start) - Angela Grigolato - courtesy of the artist
Shadow (about a new silver skin, open eyes, and a long journey to start) – courtesy of the artist

V.V.: L’ambiente naturale entra nelle tue opere non solo come soggetto ma anche come materiale. Per stampare le tue fotografie spesso ricorri a elementi ricavati direttamente dalla natura, come nel caso del pigmento derivato dalla linfa di una pianta. Ci puoi spiegare meglio questa tecnica? 

A.G.: Volevo fare un discorso sul paesaggio che partisse dai suoi elementi costitutivi, ho camminato e raccolto elementi organici come foglie, fiori, pistilli e radici. Sono diventati i soggetti delle mie scansioni, hanno preso il posto di colore e pigmento nel tracciare linee, ricreare le sensazioni che ho provato lungo le lente immersioni delle mie passeggiate vicino al fiume.

V.V.: Durante il periodo di quarantena hai realizzato l’opera Tent, una riflessione sull’abitare. È stata un’opera nata come conseguenza del periodo di lockdown o il frutto di una ricerca maturata nel tempo?                                                                                                                          

A.G.: Tent è sicuramente legata alla quarantena ma le sue radici affondano un po’ più in là nel tempo, il suo germe è nato da una riflessione collettiva con due amiche artiste sui temi del ri-significare lo spazio abitativo in un’ottica che includa il non umano o l’altro dall’umano. Il lockdown è stato il momento per sperimentare la trasposizione di me nello spazio che mi circondava. I muri sono diventati una sorta di pelle e la mia pelle si è fatta muro, in un discorso di mescolamento e fusione che parte da un livello metaforico ma che si trasforma poi in una proposta effettiva per cambiare il nostro modello di vita: la tenda. Mobile, precaria, sospesa, rappresentava la condizione ideale per creare un immaginario aperto alla contaminazione con l’ambiente circostante.

Tent - Angela Grigolato - courtesy of the artist
Tent – courtesy of the artist
Tent - Angela Grigolato - courtesy of the artist
Tent – courtesy of the artist

V.V.: Nel 2019 hai lavorato come assistente di Chiara Camoni. Che conseguenze ha avuto questa esperienza sulla tua ricerca artistica? 

A.G.: “Vorrei scolpire la pietra così come i passi consumano una soglia” è una frase tratta da un testo che lessi prima di conoscerla, risuonò per parecchio tempo in me. Ogni azione di Chiara parla di questa necessità. Guardo a lei come ad un grande esempio. La raccolta, le letture collettive, l’accettazione dell’imperfetto si sono presentate nel mio lavoro dopo la sua conoscenza.

V.V.: Attualmente stai svolgendo una residenza presso Fondazione Bevilacqua La Masa. Ci racconti qualcosa del lavoro che stai portando avanti? 

A.G.: Bevilacqua per me rappresenta uno spazio relazionale ancor prima che fisico. E’ un costante scambio di opinioni, di discipline che si interfacciano. E’ la possibilità di avere un gruppo di riferimento che ragiona con te.

Ci sono vari progetti che stanno prendendo forma, tra cui una mostra il cui concept è nato proprio dentro le mura del nostro atelier con il fotografo Giacomo Bianco.

V.V.:
Sarà possibile vedere dal vivo qualche tuo lavoro quest’autunno? Hai qualche mostra in programma? 

A.G.: Fino al 29 Novembre alcuni miei lavori sono esposti a SPARC* in Campo Santo Stefano a Venezia; in autunno inoltrato invece inaugurerà un progetto presso Parco 793 nel comune di Bientina, in Toscana a cui sto lavorando con Miriam Del Seppia e Laura Guastini che vede la curatela di Rebecca Ardizzoni.

Allestimento Magnani - Angela Grigolato - courtesy of the artist
Allestimento Magnani – courtesy of the artist
Vanitas, 73,74 - Angela Grigolato - courtesy of the artist
Vanitas, 73,74 – courtesy of the artist
Bandiera (Dichiarazione di mescolanza #2) - Angela Grigolato - courtesy of the artist
Bandiera (Dichiarazione di mescolanza #2) – courtesy of the artist