NELLE FAVOLE C’È QUASI SEMPRE UN BOSCO

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ELISA SCHIAVINA X FEDERICO PALUMBO

Surrealismo e tabù. Mondi fatati e ‘sommerso’. Mega-peluches ed elementi biologici. 

Questi sono solo alcuni dei ‘concetti’ (meglio parole chiave) che emergono dal confronto che ho avuto insieme a Elisa Schiavina. Quando ci siamo sentiti per la prima volta ho messo subito le mani avanti, ammettendo una conoscenza poco articolata del suo lavoro. Quest’ultimo, però, che parla inizialmente più alla pancia, era in grado di esercitare in me una forte attenzione e attrazione. Parlando abbiamo così analizzato diversi argomenti che strutturano la ricerca dell’artista mentre altri sono stati beatamente bypassati. Perché il bello dell’arte è proprio questo: lasciarsi andare verso l’ignoto senza troppi giri di parole — quest’ultima frase è soprattutto un vademecum per noi critici pesantoni.

Questa introduzione, dunque, non cercherà di prepararvi a ciò che leggerete poche righe più in giù. Così, proprio come me, vi avvicinerete al lavoro di Schiavina senza conoscerlo a fondo. Lasciandovi in preda alla curiosità e all’ignoto. 


Elisa Schiavina, maschera gatto creta sintetica, acrilico, pelle di serpente, 30×20 cm, courtesy l’artista

Federico Palumbo: Ciao Elisa. Conosco poco il tuo lavoro: so però che è denso di “influssi”, e mi piacerebbe conoscerli.

Esteticamente, le tue opere mi hanno fin da subito colpito. La fluidità delle forme antropomorfe in qualche modo mi hanno fatto ricordare alcuni lavori di Gillo Dorfles o alcune opere di Robert Matta. Mi pare di capire che l’elemento surrealista torni in qualche modo nel tuo lavoro.

Nell’ultimo anno, inoltre, ho notato che molti altri artisti contemporanei fanno riemergere un certo retrogusto surrealista, pronto per essere rielaborato. Non tanto “il primo Surrealismo”; piuttosto “il secondo”, arrivando fino ad alcune opere di De Kooning. 

Te l’ho detto, non lo conosco a fondo il tuo lavoro. Ma mi piacerebbe partire da qua. Quanto c’è di vero in quello che ho appena scritto? 

Elisa Schiavina: Ciao Federico, trovo le tue osservazioni un buon punto di partenza: effettivamente il mio lavoro si trova – magari non esplicitamente – a parlare il linguaggio surrealista, o quantomeno a rivelare corpi e soggetti spesso appartenenti ad un mondo inventato, in cui l’inconscio partecipa attivamente all’invenzione. Il discorso può essere ampliato all’infanzia, che continua ad essere presente nell’età adulta ed è punto sul quale mi piace soffermarmi; in questo senso forse posso dire di avere una fascinazione verso il surrealismo, e di lasciarla confluire liberamente nel mio lavoro, di volta in volta, in modo diverso.

Sono molto curiosa rispetto a ciò che è stato fatto con l’arte visiva in passato. Mi piace osservare, e mi rendo conto di quanto alcune forme tendano a radicarsi, a farsi memoria. In questo senso forse rielaboro – in maniera più o meno cosciente – influssi diversi. Rispetto all’opera degli artisti da te citati credo di poter ritrovare un simile approccio, che forse definirei “naturale”, spontaneo, una sorta di flusso di coscienza che, dal canto mio, voglio sia sempre ben radicato/correlato all’epoca che stiamo vivendo, che trovo così fluorescente… così fluida. Qui mi riferisco proprio ai colori che abbiamo modo di osservare, specialmente abitando – come faccio – la città. Penso inoltre che questo sia un periodo storico caratterizzato da cambiamenti rapidi circa il modo di percepire la realtà, oltre che al modo di viverla, e provando a pensare a quanto successo un centinaio di anni fa, momento in cui la scoperta del territorio inconscio e l’analisi del mondo onirico iniziavano a cambiare l’idea di una realtà completamente percepibile attraverso i soli sensi, trovo delle analogie. Ora la realtà fisica è in costante tensione e relazione con la realtà virtuale: è quindi doppia, plurima, così come la realtà indagata agli inizi del ‘900 lo era, se consideriamo la sua dualità dal punto di vista di quanto era ritenuto conscio e quanto inconscio, “sommerso”. 

Rispetto al paesaggio che ho osservato per gran parte della mia vita vivendo in una piccola cittadina come Alessandria, con il mio trasferimento a Milano, alcuni riferimenti visivi si sono fatti poi per me più accesi, più brillanti, quasi fossero sempre illuminati da intense luci artificiali, e questo entra a fare parte di ciò che di questa realtà traduco con il mio lavoro. 

Elisa Schiavina, Io piena di grazia alla festa, 40×50 cm – courtesy l’artista

F.P.: Quanto tu mi hai appena detto si lega molto bene al concetto di una realtà che appartiene a quella delle idee, della quale spesso mi hai già in qualche modo raccontato. Quella stessa realtà che nei tuoi lavori si dirama attraverso forme e colori, accostamenti e bilanciamenti, e inizia a percorrere direzioni – come hai detto tu – ‘sommerse’.

Che differenze trovi con la realtà che viviamo quotidianamente?

E.S.: Non posso fare a meno di osservare con attenzione – quasi maniacale – la realtà che mi circonda. Sono molto attratta da elementi naturali come i muschi e i licheni, mini-mondi che guardo e che vorrei poter vedere in modo analitico, tanto da immaginare spesso di avere un’estensione al senso della vista che mi permetta di ingrandire il tutto come se fosse osservato da un microscopio; allo stesso tempo mi cattura il cambiamento repentino del paesaggio cittadino, il grottesco, il bizzarro. Fagocito immagini in continuazione e sono consapevole di quanto sia sempre la mia persona a orientare il mio sguardo, a costruire la mia realtà, così come accade per tutti. Rispetto al mondo delle idee, dunque, credo che la realtà sia altrettanto multiforme e molteplice, costruita da chi la osserva, mediata e modellata dalla necessità di rassicurazione o di volontà di scoperta: vediamo quello che abbiamo bisogno di vedere, il nostro desiderio e la nostra esperienza orientano i nostri sensi, è inevitabile. Non riesco a scindere tra ricerca-arte e vita, correlo tutto alla pittura, per questo spesso la traduzione/rielaborazione di ciò che vedo viene da me resa in modo stratificato, tramite accostamenti di colore, forme e volti dalle espressioni ambigue, come trovo lo stesso nella realtà, e a tratti scioccanti.

Elisa Schiavina, Serpe d’acqua marina come la vita, tapina come la morte, tecnica mista su tela, 170×100 cm – courtesy l’artista

F.P.: Mi piacerebbe approfondire con te la tematica dell’infanzia. So che svolge un ruolo, se non fondamentale, molto importante per la tua ricerca. Come viene a mescolarsi tutto ciò di cui abbiamo parlato finora con il passato?

E.S.: Certamente l’infanzia – fase della vita caratterizzata da pura sperimentazione e processo di avanzamento per prove ed errori – mi interessa molto sia da un punto di vista personale, legato al mio sviluppo, che generale, riguardante lo sviluppo dei miei simili. 

Mi chiedo quanto possa permanere nell’età adulta soprattutto di un certo senso di meraviglia e volontà di scoperta, quanto la costruzione di significati attorno alla realtà, processo che avviene di pari passo con la crescita, modifichi l’esperienza della realtà stessa.

Il mio lavoro contiene sempre riferimenti al gioco, al pensiero magico, a memorie legate a un tempo che non può tornare se non appunto nel ricordo, nel frammento ripescato e rielaborato in riferimento al presente. È attraverso il gioco che si scopre il mondo e si modula il rapporto con l’altro. Si sperimenta il conflitto, la paura, la perdita, il senso di vicinanza, il limite. Inserisco spesso nei miei lavori figure che ricordano giocattoli, mescolandole con riferimenti alla sessualità. Cerco di provocare l’osservatore provando a condurlo in un territorio in cui età infantile ed età adulta si mescolano e confondono.  Lavoro da anni con bambini e ragazzi di diverse fasce di età e questo (oltre a divertirmi molto) mi permette di osservare da vicino momenti in cui, ad esempio, il gioco simbolico si manifesta nella sua potenza espressiva, e posso coglierne la sua importanza assoluta per la formazione come individui singoli e come animali sociali quali siamo. Procedo nel mio lavoro provando a mantenere questo approccio magico, parto da elementi che voglio rappresentare e, come il bambino che osserva le nuvole e trova forme a lui familiari, ogni volta che il mio gesto pittorico mi suggerisce una figura che magari non avevo previsto di inserire, la assecondo, enfatizzandola. 

Elisa Schiavina, divina Sharon, china su carta di riso, 20×30 cm – courtesy l’artista
Elisa Schiavina, divina Sharon, china su carta di riso, 20×30 cm – courtesy l’artista

F.P.: Sempre per continuare il discorso intrapreso legato all’infanzia: hai parlato del passaggio da una visione infantile (priva di malizia) a una visione adulta, matura (invece indissolubilmente legata a strutture sociali) che ogni individuo prova nel corso della vita. Ebbene, oltre che ad approfondire il discorso, mi piacerebbe capire che caratteristiche possiede, per te, la figura dell’artista e, soprattutto, a cosa risponde – individualmente e socialmente.

E.S.: Questo momento di passaggio che ogni individuo compie dall’infanzia all’età adulta è per me interessante poiché non netto ma sfumato e caratterizzato da tappe in cui la variabilità individuale gioca un ruolo importante. Durante i primi mesi di vita l’individuo è completamente ego-centrato. Successivamente l’incontro con l’altro e la relazione interpersonale aprono strade di pensiero e di azione via via più costruite dall’esperienza precedente. Ad esempio, la scoperta della morte pone il bambino di fronte a domande circa l’ultraterreno, mentre l’adulto tende spesso a censurare questo aspetto della vita tramite racconti come quello di “andare in cielo”; mi è capitato che un bimbo di quattro anni mi dicesse che chi non c’è più ed è in cielo sta dormendo su tante nuvole: le immagini poetiche infantili sono potenti perché corrispondono a risposte necessarie al proseguimento della crescita. La sessualità è un altro aspetto che si affaccia nella vita del singolo molto presto, in maniera naturale e, appunto, inizialmente priva di malizia, come se fosse svestita dall’abito del tabù. Provo nel mio lavoro a continuare a non indossare quest’abito-tabù, rappresentando scene in cui il riferimento al sesso è molto forte, così come credo sia forte nella vita di ciascuno. Penso a quanto possa essere dannosa a livello individuale e collettivo la repressione di questo aspetto e mi chiedo inoltre perché, ad esempio, nel cinema, nella televisione, nei social network, sia molto più facile vedere rappresentate scene di violenza piuttosto che di sesso… mi chiedo perché la violenza non sia considerata un tabù e il sesso invece sì. Le grandi religioni monoteiste hanno sicuramente avuto un ruolo fondamentale nell’accostare la sessualità al peccato, trasformando ad esempio la donna in una figura legata alla tentazione, figura per giunta sempre subalterna all’uomo; nel mio lavoro invento divinità pagane con attributi sessuali sia maschili che femminili evidentissimi, le immagino libere e liberatorie, e vorrei provocassero il pensiero invece che l’azione. 

Credo che l’artista sia un essere umano come gli altri, con desideri espressivi personali che a un certo punto, diventando sempre più presenti nel suo quotidiano, lo portano con naturalezza a dedicargli la vita intera. Penso inoltre che l’artista risponda ad una necessità, dapprima individuale, ovvero ad una pulsione, un desiderio di farsi veicolo di traduzione della realtà, essendo però forse più fedele a sé stesso in questo processo che alla realtà stessa. Da un punto di vista sociale credo che l’artista possa rispondere di nuovo ad una necessità, in questo caso collettiva, di osservazione lenta, di indagine, di edonismo percettivo, di libertà. 

F.P.: Hai progetti per il futuro o qualcosa che puoi anticiparci?

E.S.: Ultimamente sto lavorando molto con la ceramica, sto sperimentando con smalti e vetrificanti e l’argilla, così come il processo di cottura e di successiva scoperta dell’effettivo risultato, mi danno molta soddisfazione, visiva, tattile, emotiva. 

Non ho progetti espositivi, sicuramente il desiderio di confrontarmi presto con una galleria o con uno spazio pubblico esiste. 

Elisa Schiavina, Gattone alla festa mangia il gelato, 40×50 cm, acrilico su tela – courtesy l’artista

F.P.: Ultima domanda (utopica): se avessi tempo, budget e spazi illimitati, che cosa andresti a realizzare?
E.S.: Questa domanda mi porta immediatamente ad immaginare qualcosa di stratosferico. Credo che se avessi tali libertà realizzerei una riproduzione pittorica espansa (tipo scenografia) di un ambiente fatato, da inserire su una collina, come se fosse un paese nel bosco, un ambiente a cavallo tra mondo cartoon tutto-luccichíi, popolato da creature (possibilmente talune grandissime e altre piccolissime, in ceramica resina e materiali vari) tratte dal mondo microscopico di muschi e piantine spontanee e materiale biologico, animali in diversi formati e materiali (mega-peluches, mini-peluches, grandi ceramiche, palloncini alti di gatto-topo-serpente-coccodrillo-rana, fiori giganti, nuvole imponenti, iper-vegetazione vera e finta). Il tutto permeato da suoni che riportino al mondo infantile, cantilene e musichette da asilo. Infine metterei a disposizione dei costumi creati da me (con l’aiuto di “professionisti” più bravi a cucire di me) per permettere alle persone di entrare in questo ambiente gigante e di interagirvi. Ricreerei questo ambiente per cinque anni in luoghi del mondo diversi. 

Elisa Schiavina, L’amore carnal danzante, olio e acrilico su tela, 50×50 cm – courtesy l’artista
Elisa Schiavina, L’amore elettrico, olio e acrilico su tela, 50×50 cm – courtesy l’artista
Elisa Schiavina, L’amore subacqueo, olio e acrilico su tela, 50×50 cm – courtesy l’artista