L’ALTROVE SI TROVA AD OZMA

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OZMA (CHIARA BIRAGHI, YASMINE CHIBOUB,  GIACOMO GRIPPA,

DANIELA JAKRLOVA’ RIVA) X FEDERICO PALUMBO  

What field, or waves, or mountains? What shapes of sky or plain? è la terza mostra presentata da Spazio Infernotto (via Antonio Cantore 3, Torino). Una collettiva di quattro artisti (Chiara Biraghi, Yasmine Chiboub, Giacomo Grippa, Daniela Jakrlova’ Riva), curata da Infernotto, che per l’occasione hanno creato – o manifestato – un’entità/luogo a sé stante, con una propria identità personale e disciplina interiore. Ozma, dal chiaro rimando foucaultiano, vuole erigersi a luogo, se non perfetto, differente rispetto a quello dove noi viviamo.  

La crisi climatica, ad esempio, serpeggia in tutto il progetto – e forse anche nel titolo della mostra? – ma, soprattutto, ci fa capire l’incipit generale dal quale gli artisti sono partiti: un problema reale che diventa motivo di rielaborazione per la costruzione di una realtà superiore. Quest’ultimo termine da intendere al suo massimo grado: l’arte è superiore per antonomasia. E dunque ragionare nel cielo delle infinite possibilità progettuali la spinge verso una superiorità fisiologica e dialettica.  

Per concludere e lasciarvi leggere la chiacchierata fra me e Ozma, in una domanda chiedevo se si parlasse di utopia, e se questa c’entrasse qualcosa. Ebbene, non vi svelo la risposta, ma provo ad (auto)rispondermi: c’entra sempre l’utopia. Gli artisti sono ‘solo’ bravi a captarla e renderla, piuttosto, eterotopia.  


Ozma (Chiara Biraghi, Yasmine Chiboub, Giacomo Grippa, Daniela Jakrlova Riva) – installation view spazio Infernotto, Torino – courtesy degli artisti e spazio Infernotto

Federico Palumbo: Ozma, chi/cosa sei e quali sono le tue regole? Sempre che ce ne siano…  Entrando dentro di te, come si deve comportare l’individuo? 

Ozma: Chi sono e… cosa siamo.  

Disegnate e progettate dall’essere umano il cui respiro è in pericolo, indifeso poiché assegnato ad un pianeta ormai invivibile, dall’aria densa e soffocante.  

Siamo capsule respiratorie, costruite per contenere e preservare, sottrarre all’estinzione.  

Ogni Ozma contiene gli ultimi monumenti di un passato ambiente terrestre. È la testimonianza di quella che è stata la vita sulla Terra. Io sono “il Museo del futuro”.  

A mantenere l’ordine, la stabilità e la sicurezza in Ozma è la riscoperta delle necessità e dei valori dell’uomo. Qui le regole si dettano da sé. L’uomo non deve, l’uomo può. Chi mi abita cerca un  dialogo, un contatto con qualsiasi forma di vita che possa tenere viva la memoria del pianeta Terra. Un solo pensiero diventa ossessione: trovare nuovi luoghi di esistenza e salvaguardare attraverso l’artificio.  

F.P.: “In una civiltà come la nostra, in cui esiste una solitudine quantitativa e una falsa socialità delle città, il recupero di un proprio spazio individuale, di azione corporale e riflessiva, è il primo momento del processo di liberazione. La libertà è il conseguimento di una peculiarità di posizione che appartiene al soggetto e che egli soltanto può muovere. Visto che […] i sogni provengono dal mondo, l‘artista realizza un proprio spazio onirico nel senso che presenta e concretizza un’associazione di materiali e di gesti che trovano la propria motivazione solamente nell’immaginazione personale di esso”(1). Cosa ne pensi? Sei un sogno concretizzato?

O.: Sono la sublimazione dello spazio terrestre e della sua memoria, sono necessità di evasione primordiale. Sono spazio immaginativo concretizzato.  

Ozma (Chiara Biraghi, Yasmine Chiboub, Giacomo Grippa, Daniela Jakrlova Riva) – installation view spazio Infernotto, Torino – courtesy degli artisti e spazio Infernotto

F.P.: L’arte quanto ha a che fare con la libertà individuale e sociale? Ma soprattutto, quanto può “spingersi oltre”? Ha realmente la potenzialità di ricreare un modello sociale perfetto?  

O.: L’arte è un atto di libertà individuale che può avere una risonanza nella collettività, offrendo punti di vista alternativi alla realtà. Quando l’atto artistico coincide con la creazione di mondi provenienti dall’immaginazione, è insita una critica verso il modello del mondo reale che quotidianamente viviamo. Non è però, nel mio caso, una critica politica o sociale, non propongo una soluzione o un modello perfetto, la mia è una presa di posizione poetica e fenomenologica. A Ozma si offre un’esperienza fatta di suoni, visioni, sensazioni, in cui si cerca di preservare ciò che di più caro ha l’essere umano, ovvero il suo rapporto con la natura e la sua possibilità di porsi in modo creativo nei confronti del mondo reale, dove non tutto è perduto.  

F.P.: Vicariance, Etere e Terracquea mostrano una realtà latente ma lampante. Che ruolo svolgono all’interno di Ozma?  

O.: Il Pianeta Terra si allontana, e con esso il ricordo delle sue acque, delle sue luci e colori.  

Nel luogo che l’osservatore occupa si sviluppa una sorta di effetto di ritorno: è a partire  dall’installazione Vicariance (Yasmine Chiboub), che mi scopro assente nel posto in cui sono, poiché è là che mi vedo. Ozma fluttua in un luogo reale ma anche nell’universo virtuale, surreale, metafisico, immaginato dall’artista come attraversato da un’occhio “non umano”.  

Etere (Chiara Biraghi) è un gioco. È il ricercare e l’impossibilità di afferrare. Giocare e conquistare la luce, il Sole. Da lui scoprire i segreti del proseguimento delle vite e i cicli di comparsa e scomparsa che governano tutto l’universo e sono sempre uguali. Emularli? Etere è ciò che intorno a sé manca.  

Attraverso Terracquea (Daniela Jakrlova’ Riva) realtà liquida e lontananze aeree si fondono nei loro colori, incontrandosi in un nuovo paesaggio. Il titolo suggerisce lo scarto d’inquadratura e quindi la visione dell’elemento terra sulla quale lo specchio poggia. Uno sguardo che cerca di restituire una dimensione totale dell’ambiente terrestre, richiamandone colori ed impressioni. La fotografia cerca di sottrarsi ad una comprensione immediata, assumendo la grana delle immagini mnestiche, offrendo agli spazi onirici e immaginifici dell’osservatore di rivelarsi e manifestarsi.  

Vicariance, Etere e Terracquea sono tensione verso il superamento dei confini.  

Ozma (Chiara Biraghi, Yasmine Chiboub, Giacomo Grippa, Daniela Jakrlova Riva) – installation view spazio Infernotto, Torino – courtesy degli artisti e spazio Infernotto

F.P.: C’entra qualcosa l’utopia?  

O.: L’immaginazione è anche la facoltà del possibile, ciò significa che la dimensione immaginativa è chiamata in causa dalla dimensione della progettualità: i progetti alludono ad un altrimenti che deve potersi aprire un varco nella solidità del reale. 

L’umanità ha da sempre avuto bisogno di utopia. Nella storia è stata espressa tramite processi sempre nuovi, non lasciandosi irretire da ciò che che è immediatamente vicino, ma sempre animata dalla speranza di potersi spingere oltre. Ha poca importanza se questo luogo esiste o esisterà da qualche parte: l’Utopia, come ben si sa, significa “da nessuna parte”, “in nessun  luogo”. Se le utopie indicano ambienti privi di localizzazione effettiva, le eterotopie sono invece  luoghi reali. Ozma è l’eterotopia: agisce in uno spazio reale e arriva a raggiungere e toccare, attraverso spazi immaginari, le lontananze più lontane.  

Ozma (Chiara Biraghi, Yasmine Chiboub, Giacomo Grippa, Daniela Jakrlova Riva) – installation view spazio Infernotto, Torino – courtesy degli artisti e spazio Infernotto

F.P.: “Ci sono […] paesi senza luogo e storie senza cronologia; città, pianeti, continenti, universi, di cui sarebbe certo impossibile trovare traccia in qualche carta geografica o in qualche cielo, semplicemente perché non appartengono a nessuno spazio. Probabilmente queste città, questi continenti, questi pianeti sono nati […] nella testa degli uomini o, a dire il vero, negli interstizi delle loro parole, nello spessore dei loro racconti o anche nel luogo senza luogo dei sogni, nel vuoto dei loro cuori; insomma è la dolcezza delle utopie”(2). Ozma, te come ti auto-descrivi?

O.: Immersa nel caos, in un mondo pieno di segnali sovrapposti, sono l’ambiente interferenza che nasce da un’infinità di desideri, sono l’estraneo universo che sprofonda nel terreno. Sono l’interfaccia che cerca di collegare la centralità del reale con la via periferica dell’irrealizzabile, sono il tentativo di espansione dei sistemi di vita, spazio cosmico contenuto senza che la vastità dell’universo soffochi.  

F.P.: Il tempo: come si svolge in questo spazio immaginifico e ideale? Riduzione orizzontale temporale (Giacomo Grippa e Chiara Biraghi) può offrirci una visione di questo svolgimento?  

O.: Non credo ci sia svolgimento, non c’è il “susseguirsi delle stagioni”. Penso più al  congelamento. Non c’è ritmo che scandisce: solo suono di nenie e lamenti, non c’è permanenza né costante. Non parlo di tempo, ecco un luogo in cui dimenticarlo.  

Ozma (Chiara Biraghi, Yasmine Chiboub, Giacomo Grippa, Daniela Jakrlova Riva) – installation view spazio Infernotto, Torino – courtesy degli artisti e spazio Infernotto
Ozma (Chiara Biraghi, Yasmine Chiboub, Giacomo Grippa, Daniela Jakrlova Riva) – installation view spazio Infernotto, Torino – courtesy degli artisti e spazio Infernotto

F.P.: Come sulla luna, anche in Ozma non c’è atmosfera. Come per la bandiera americana sul satellite, anche su Ozma all’interno della bandiera è stato inserito una lamiera che ricrea la forma del vento. È soltanto un’escamotage tecnico? O è molto altro, Ozma?  

O.: Eravamo tutti insieme sulla Terra, toccati dal vento. Violento ma non lasciava cicatrici, dolce ci faceva vibrare. Una vita scordata negli anni luce.  

La bandiera è un ricordo materializzato in forma immobile, è custode del soffio della forza creatrice. “Nel vento turbinante si riconosce la voce di dio”, è il movimento che feconda la terra, smuove erode e costruisce.  

F.P.: “L’energia trascinante dell’artista ribalta a realtà la distanza dell’utopia e della fantasia, con una perentorietà che lo integra al proprio corpo. […] All’impossibilità della realtà, l’artista risponde con l’ultima frontiera del territorio magico, dove può trovare una identità tra immagine e fantasia, tra storia interna e storia esterna. […] La nuova generazione ora ha scavalcato la dualità arte e vita attraverso un processo di rigenerazione morale, tenta di tenere una distanza del sistema sociale, non rifiutandolo ma ribaltando i criteri di competizione e di individuazione del lavoro che reggono la vita quotidiana”(3). Ancora, “La comune quintessenza Jung la riconobbe nella comune natura di opus, cioè di lavoro e processo teso alla fabbricazione di una realtà nuova e superiore”(4) . Ozma, che cosa sei? Alchimista o realtà immaginifica psicologica (per alcuni sarebbe la stessa cosa)? Territorio Magico tout court?  

O.: Sono un’ambigua zona di reperti provenienti dalla psiche degli artisti che mi hanno creata, dove le leggi che governano la Terra non hanno più valore, dove la memoria fisica della Terra stessa diventa un’irrealizzabile utopia, dove l’ossigeno, la natura, diventano un indistruttibile desiderio di libertà.  


Ozma (Chiara Biraghi, Yasmine Chiboub, Giacomo Grippa, Daniela Jakrlova Riva) – installation view spazio Infernotto, Torino – courtesy degli artisti e spazio Infernotto

Note:

  1. A. Bonito Oliva, S. Chiodi (a cura di), Il territorio magico. Comportamenti alternativi nell’arte, Le Lettere, Firenze (2009), p. 50.
  2. M. Foucault, Utopie Eterotopie, Edizioni Cronopio, Napoli (2006), p. 11.
  3. A. Bonito Oliva, S. Chiodi (a cura di), op. cit., pp. 62-63-68.
  4. C. G. Jung, L. Auriemma (Presentazione), Psicologia e alchimia, Eitore Boringhieri, Torino (1983), p. IX.