PLEASE DON’T TELL #2

FEDERICA FIUMELLI

Istruzioni per l’uso: Scegliete un manuale o un libro di storia dell’arte, lasciatelo cadere su un piano. Esso si aprirà come fato vuole. Osservate l’immagine. Ecco ora sedetevi e iniziate a immaginare quello che osservate. Preferibilmente da consumarsi con un drink ghiacciato.


Giotto, Compianto sul Cristo morto, 1303-1305 (dettaglio)
Giotto, Compianto sul Cristo morto, 1303-1305

Questa volta lo sparo è stato forte, acuto, vivido – così forte da rischiarare il ruggito di un leone, per potenza assoluta e accecante. Un rumore che interrompe, che quasi non ti aspetti. Una parentesi tonda trafitta da un arciere.

Il fato è inciampato e caduto su uno dei massimi pionieri, visionari, lungimiranti della storia dell’arte.

Perfezione.

Per affezione.

Come raccontare a te, amico fatto di nebbia, in queste serate scaltre e svogliate di come il corso del farsi immagine è cambiato con Giotto?

Colui che per beffardo caso contiene nel nome un numero simbolo dell’infinito?

Potrei citarti Cennino Cennini, il Vasari o Roberto Longhi, universi di inchiostro sono stati sepolti su distese aride di carta, per noi avidi di sapere. Basterebbe attraversare il nostro italico stivale, da Padova ad Assisi, per poterci deliziare soavemente del nostro così amato artista che svegliò il Duecento dai fasti astratti e dorati dei bizantini.

Come dissetare la tua voglia?

Forse ordinando un margarita.

Penserai che sono pazza.

Probabile.

Ma osserva la perfezione del cerchio di quella coppa, il sale che irrompe come gelo l’estasi di quella forma preziosa e arcaica, la stessa che battezza il nostro benamato Giotto con la leggenda di Bonifacio VIII.

Tutto inizia e finisce in un cerchio, in una ciclicità di vita che ricorda il tempo di Bergson e il loop di un suono techno, o come non citare l’infiammato tramonto enigmatico di Magritte (The Banquet, 1958) e le sonorità delicate nei risvegli di Tycho (Awake).

La pittura di Giotto è un risveglio enigmatico.

Da cosa?

Da come il mondo veniva rappresentato fino a quel momento probabilmente – di come lui, i suoi maestri e i suoi successori hanno portato a compimento una trasformazione e un comune sentire.

Senza perderci in simbologie millenarie, cogliamo nel cerchio l’essenza dell’arte di Giotto: la semplicità ridondante – urgente, che si concretizza in un spazio sempre più umano, fisico, espressivo – lontano da sfarzi o sintesi fantastiche.

Il sapore schietto della tequila ci convince e ci assolve.

Il distillato messicano originario dell’agave blu ci ha redento.

Il blu di Giotto è redenzione.

La pittura di Giotto è redenzione.

Perché ci salva dall’ipocrisia, dallo sfarzo, dalla finzione, dall’inutile. E’ schietta, va giù liscia, arriva allo stomaco e inebria i sensi prima che tu possa accorgertene. E’ una pittura calda, importante che va riletta e ribevuta più volte per apprezzarne la preziosa corposità e potenza.

Nella pittura di Giotto si ritrova il taglio della polenta calda con lo spago e l’odore della cera dopo che si spegne una candela.

L’immagine dell’uomo di Giotto è concreta, esiste e ci arriva con suggestiva parsimonia e inconsapevole bellezza – basti pensare alle soluzioni prospettiche adottate dal nostro benamato teorizzate anni dopo dal Brunelleschi.

Il Compianto sul Cristo Morto facente parte del ciclo pittorico appartenente alla Cappella degli Scrovegni è uno splendido esempio di espressionismo antelitteram, soprattutto nella parte superiore dove una decina di angeli costellano e puntellano la scena infervorandola di un dolore autentico, gridato, condiviso.

Quella schiera di Angeli basterebbe a salvarci dalla nostra solitudine prima di abbandonarci sulla cortina di sale a bordo coppa della nostra margarita ghiacciata.

E ci assolvono dal nostro timore perché sono nostri vicini.

Quegli angeli non sono stereotipi, sono il mio, il tuo strazio.

Che dire poi dello squarcio di roccia che taglia la scena con esuberanza? Per culminare nella speranza racchiusa nell’esilità di un ramoscello?

Quasi una sessualità profana.

Il Cristo è circondato da figure di spalle (quale stravaganza) e attorniato da figure apostoliche e umane, corpi cromatici – un ventaglio meraviglioso e delizioso di colori pastello – che ricordano i macarons francesi ( no, non quelli brandizzati dalla Abramovic) per raffinatezza e semplice morbidezza, tra crema di mascarpone e ribes o e caramello salato.

Questo compianto Giottesco racchiude in sé una palette di dolore umano dalle plurime sfaccettature – un dizionario, di volti, mani, cromie.

La plasticità di quei corpi meringati si erge come roccia antica, come quelle rosate del Cappadocia – come figuranti in un album degli Autechre.

La pittura di Giotto è la sincerità di una sonorità elettrica, che prelude a qualcosa di importante e irreversibile, come un sogno.

Ma non ditelo in giro che pasteggiando a macarons e margarita, ascoltando “Nil” dall’album Amber abbiamo sognato di Giotto. È un segreto.

René Magritte, The Banquet, 1958

Tycho, awake, 2014