SPAZIO DOPPIO

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MARCO SCHIAVONE X FRANCESCA VITALE

Cari lettori di Osservatorio Futura, vi presento la mia conversazione con l’artista torinese Marco Schiavone, nato nel 1990, approfondisce il suo interesse per il graphic design all’Accademia di Cuneo e nel 2015 è uno dei co-fondatori di Spaziobuonasera a Torino. Oltre a numerose mostre collettive Marco Schiavone allestisce due mostre personali, nel 2017 a Torino e nel 2019 a Lecce.  

La tematica principale che accompagna i suoi lavori è sicuramente l’attenzione per il  paesaggio e gli elementi che lo caratterizzano. La ricerca sul valore dell’immagine contemporanea, utilizzando diversi mezzi di analisi, dall’installazione al disegno e la fotografia. 

Nel 2020-21 è stato selezionato da CAMERA come artista emergente per Futures Photography, finalista del premio FFF Fondazione Francesco Fabbri nel 2019. 


Marco Schiavone, Qualcosa che sta per qualcuno al posto di qualcos’altro, 120x80cm, 2017 – courtesy of the artist
Marco Schiavone, Qualcosa che sta per qualcuno al posto di qualcos’altro, installation view Spaziobuonasera, Torino – courtesy of the artist
Marco Schiavone, Qualcosa che sta per qualcuno al posto di qualcos’altro, 2017 – courtesy of the artist

Francesca Vitale: Ciao Marco, ti lascio subito la parola chiedendoti, per iniziare, le origini del tuo lavoro e com’è nata la passione per quello che fai ricollegandoti anche al tuo percorso di studio. So che hai frequentato l’Accademia di Cuneo, ma sei di Torino, giusto? 

Marco Schiavone: Sì, esatto! Sono della provincia di Torino, bassa Val di Susa, ma ho studiato all’Accademia di Cuneo graphic design, nello specifico seguendo un corso di grafica editoriale. Durante gli anni universitari ho iniziato a lavorare in diverse agenzie pubblicitarie quando mi sono reso conto di quanto coincidessero i miei gusti sia nel campo della grafica che in quello dell’arte. Ho imparato ad apprezzare nella grafica uno stile semplice, pulito, diretto, chiaro e senza effetti speciali; quindi mi ritrovo spesso a ragionare sul fatto che l’estetica sia una conseguenza. Prediligo il contenuto forte e autoportante (in grafica come in arte), che determini il contenitore. 

F.V.: Ricorda molto la composizione delle tue fotografie.  

M.S.: È una conseguenza. Molti mi dicono (e con il tempo ho capito le motivazioni) che le mie immagini e quello che produco hanno un’estetica, una piacevolezza di immobilità in sé, ma non è la prima cosa che cerco. 

Nel momento in cui il contenuto ha una coerenza poi in maniera indiretta si crea il contenitore perfetto, l’estetica perfetta. Ho cominciato quindi così a fare arte, in maniera abbastanza automatica. Ho sempre utilizzato il medium della fotografia perché lo trovo interessante oggi, perché… Non so dirti il perché in realtà.  

F.V.: Secondo me non c’è sempre bisogno che ci sia un vero motivo per cui uno si lega a una tecnica o a un mezzo piuttosto che a un altro. Immagino sia più un impatto a pelle. 

M.S.: Diciamo che la fotografia è sicuramente il mezzo con cui riesco a dare il mio punto di vista singolo e singolare, insindacabile. Probabilmente lo si può avere anche attraverso un quadro che reputo, a differenza della scultura, che abbia caratteristiche abbastanza simili a quelle di una fotografia. È per questo che quando faccio delle sculture/installazione poi le fotografo; non mi piace l’idea che si possa girare intorno alla mia opera. Deve essere il mio punto di vista e devo avere il controllo totale sulla visione finale. 

F.V.: Infatti guardando i tuoi lavori una delle cose che mi ha stupito di più è il fatto che tu costruisca sculture tridimensionali e che l’opera finale sia la rappresentazione fotografica di questa. Come ad esempio “Volume doppio 01” e “Volume doppio 03”. 

M.S.: Quel lavoro dal mio punto di vista è come utilizzare la scultura della materia. Il processo che sta dietro è una ricerca unica che si traduce in diverse forme. C’è uno studio del paesaggio, uno studio della ricerca formale ed estetica della composizione e poi tutto questo viene sempre tradotto tramite un’immagine. A volte lo faccio creando prima una scultura, a volta invece lo faccio ad esempio disegnando, mettendo una parete.  

Le mie opere infatti non riesco a definirle in momenti o in serie perché per me è un flusso continuo che poi esprimo con diverse variabili. 

Marco Schiavone, Volume doppio 01, 2019 – courtesy of the artist
Marco Schiavone, Volume doppio 01, grid, 2019 – courtesy of the artist
Marco Schiavone, Volume doppio 01, installation view, 2019 – courtesy of the artist

F.V.: Ho visto che hai anche all’attivo molte pubblicazioni. 

M.S.: L’editoria è sempre stato un mio personale feticcio, quindi quando avevo più tempo da dedicarci creavo e producevo delle pubblicazioni. 

Non sono mai riuscito a farla diventare una vera e propria opera, ma è un pallino fisso che ciclicamente torna. Provo a trovare il modo di fare uscire il mio lavoro attraverso una pubblicazione editoriale che sia un libro classico o un libro non convenzionale, però non è ancora arrivato il momento. Ho fatto diverse cose ma sono libri normali, non li definisco opere. 

F.V.: … E sei stato co-fondatore nel 2015 di Spaziobuonasera. 

M.S.: Noi di Spaziobuonasera ci siamo incontrati e la sinergia è nata qua a Torino, il tutto è durato un po’ di anni e posso dire che è stata una bellissima esperienza. Ho solo bei ricordi quando penso a Spaziobuonasera e poi, come è giusto che sia per la sua natura effimera, la situazione è nata e conclusa. 

Lo abbiamo fatto secondo me nel momento giusto e sicuramente è servito a tutti quelli che ne hanno preso parte, probabilmente oggi nessuno di noi avrebbe la propria carriera senza quell’esperienza. 

F.V.: Chiacchierando è uscito fuori l’argomento fotografia… 

M.S.: Non amo la Fotografia. So di fare un’affermazione forte, ma io mi riferisco a tutto quello che sta dietro la fotografia, cioè l’immaginario a cui siamo abituati a ricollegarla, detesto tutto quello. Adoro invece il lavorare sull’immagine. 

Utilizzare la parola “fotografia” purtroppo si porta dietro l’immaginario di un’arte con una storia giovanissima ma molto pesante. Molti non riescono assolutamente a scindere quello che può essere magari una fotografia di giornalismo o di reportage con quello che è la ricerca dell’immagine in sé.

F.V.: È purtroppo la condanna delle arti più recenti come, oltre alla fotografia, il cinema. 

M.S.: Appunto proprio perché sono le più recenti non si pensa che ci possa essere una svolta successiva. Se posso dirti, una delle mie certezze è che sicuramente esiste un altro modo di intendere e di sviluppare l’immagine fotografica. 

I miei lavori non li definisco mai come fotografie, preferisco chiamarli quadri. Lavoro sempre in tiratura singola perché non mi piace l’idea di riproducibilità in serie della mia  opera; è quella, one shot

F.V.: Mi racconti qualcosa in più suoi tuoi ultimi lavori? 

M.S.: Sto portando avanti i “Volume doppio 04 e 05” e progettando alcuni interventi site-specific, ma un progetto in particolare ha visto la mia concentrazione da molto tempo, e che lentamente prende forma. Non ha ancora titolo, lo studio si estende sulle rocce incise (massi erratici e non), caratterizzate della presenza di fori sulla superficie. 

Si chiamano coppelle e nello specifico mi sono concentrato nel cercarli nella Val di Susa, e le Alpi Cozie in generale. 

La ricerca è molto difficile essendoci davvero poche informazioni sul luogo e essendo i reperti archeologici non mappati e non tracciati. Vengono oltretutto datati in epoche diverse; alcuni risalgono a 10.000 anni a.C., arrivando fino all’800 d.C. prendendo quindi un range di tempo molto ampio. Sicuramente sono stati utilizzati nei vari millenni in maniera differente dai popoli che hanno vissuto quei luoghi. Quello che è certo è che facevano parte di una coscienza collettiva, di un sapere univoco, universale. Poteva essere una sorta di codice di segnalazione piuttosto che la trasposizione delle stelle sulla Terra. 

Quello su cui mi sono concentrato è stato analizzare una conoscenza condivisa ma che oggi per noi è illeggibile; il mio scopo è sincronizzare il momento in cui è stata scolpita la pietra con i giorni nostri replicando il gesto della scultura con la luce. Cercare di dare un significato e una lettura a quel gesto incomprensibile tramite un’immagine fotografica, questo è quello che faccio. Attraverso lo studio di reperti antichi dove queste rocce vengono segnalate (a volte è molto frustrante la ricerca, può durare giorni) le trovo, le pulisco e le metto a posto, poi l’indomani torno di notte e scatto la foto. Dopo di che la sviluppo e la stampo. 

F.V.: Tutto questo progetto avrà poi una data di fine? 

M.S.: Adesso è più di un anno che ci sto lavorando e la mia idea è quella di arrivare a concludere un progetto di mostra. Vorrei che la mia prossima personale sia solo questo lavoro: riuscire a fotografare e mappare una decina di questi reperti. 

È un po’ come tutti i miei lavori, li vedi, a volte sono spiazzanti, mi piace portare lo spettatore a domandarsi cosa sia quello che sta guardando e quindi provare a dare un’interpretazione a quella chiave di lettura. 

Come può essere ad esempio il mio lavoro a “Qualcosa che sta per qualcuno al posto di qualcos’altro” con un triangolo fatto di pietra: subito non si capisce, ma quando poi prendi i punti di riferimento dici “ah ok, ma questa scultura è stata fatta qui”, ecc. E questo è esattamente quello che vorrei fare con questo lavoro.

Marco Schiavone, uno spazio banale e inutile, che come tanti non avrebbe davvero nessuna ragione di esistere – 1:3 80x120cm, 2019 – courtesy of the artist
Marco Schiavone, uno spazio banale e inutile, che come tanti non avrebbe davvero nessuna ragione di esistere – 1:3 80x120cm, 2019 – courtesy of the artist
Marco Schiavone, uno spazio banale e inutile, che come tanti non avrebbe davvero nessuna ragione di esistere – 1:3 80x120cm, 2019 – courtesy of the artist
Marco Schiavone, Spostamento di prospettiva – 160x350cm, 2018, Basis Frankfurt, DE – courtesy of the artist
Marco Schiavone, Spostamento di prospettiva – 160x350cm, 2018, Basis Frankfurt, DE – courtesy of the artist