SINTETICO

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SINTETICO X MATTEO GARI

Per pensare un tatuaggio ci si deve porre domande simili a quelle relative allo sviluppo e all’esposizione di una “canonica” opera d’arte: in che modo il posizionamento modifica il suo rapporto con lo spazio? Quali associazioni genererà l’accostamento di un dato segno sulla mano, piuttosto che sul busto, e rispetto agli altri segni circostanti?

Fin dalla sua origine, il tatuaggio utilizza un complesso sistema di simboli allo scopo di trasmettere un messaggio sull’identità della persona che lo porta. Nell’arte contemporanea l’action painting, dagli anni ‘50, ha aperto la strada all’utilizzo del corpo insieme alle esperienze della body e performance art. 

Il tatuaggio rientra tra le diverse pratiche che Sintetico (1996, Ferrara) incanala nelle sue opere, il cui fulcro centrale è l’esplorazione dell’identità attraverso l’attivazione di processi, esperienze e installazioni, che invitano chi vi fa esperienza a mettersi in ascolto e riflettere. 


MATTEO GARI: Vorrei iniziare chiedendoti come sia nato il tuo nome d’arte, Sintetico. Cosa ti ha portato a scegliere di utilizzare un’identità alternativa? 

SINTETICO: Sintetico nasce dalla volontà di identificarsi con uno pseudonimo che rispecchi la mia natura poliedrica. Mi definisco un artista multidisciplinare perché nella mia pratica cerco di coniugare diverse discipline e tecniche. Dal momento in cui ho iniziato a prendere consapevolezza della mia attività artistica ho desiderato che questa fosse individuabile con un nome partorito da me. Ho sempre avuto interesse ad esprimere creativamente le mie idee, che inizialmente ho sviluppato tramite la partecipazione a performance, la progettazione di oggetti, il tatuaggio e la grafica.

Il termine “sintetico” incarna molto bene il mio pensiero artistico: è sintetico ciò che è frutto di un processo di sintesi, ovvero procede dal semplice al complesso, mettendo insieme elementi distinti la cui unione produce qualcosa di nuovo. Nella filosofia kantiana il giudizio sintetico a priori, essendo alla base del progresso scientifico, è un’operazione mentale per la costruzione di conoscenza. Prendiamo un’espressione come 4+3=7. L’unione dei due elementi semplici, 4 e 3, forma il 7, un numero completamente diverso, che contiene le sue parti più semplici ma non è rintracciabile in esse a priori.

Inoltre mi affascina l’immagine di una sostanza sintetica, intesa come risultato di un processo umano, perché sento la necessità di mettermi in gioco in prima persona nella realizzazione delle mie opere, sporcandomi le mani.

In ultimo, il mio nome d’arte vuole essere un promemoria che mi ricordi di cercare sempre di essere il più sintetico e diretto possibile, perché sono abbastanza prolisso e logorroico.

MG: Il tuo percorso formativo rispecchia indubbiamente la tua multidisciplinarietà. Mi racconti come si incontrano gli studi di design industriale al Politecnico di Milano e al Royal College of Art a Londra, le esperienze performative con il gruppo Collettivo Cinetico di Ferrara e gli studi sul tatuaggio? 

S: Vengo dalla realtà provinciale di Ferrara, dove ho frequentato un liceo scientifico linguistico. In quegli anni ho avuto l’opportunità di avvicinarmi alla realtà di Collettivo Cinetico, una compagnia di arti performative sperimentali, che ha risvegliato la mia tensione latente all’espressione artistica. Aver partecipato allo spettacolo <age>, portato in tour in Italia e al festival internazionale MESS a Sarajevo, mi ha permesso di iniziare a interrogarmi su quali fossero i miei desideri per il futuro. Ho quindi deciso di intraprendere gli studi in design del prodotto industriale al Politecnico di Milano, inizialmente come sorta di compromesso con la mia realtà familiare, in modo da unire studi tecnici e libertà espressiva. Verso la fine del percorso di laurea triennale ho iniziato a cercare una scuola che potesse offrirmi la possibilità di sviluppare un mio linguaggio e una mia visione personale. In maniera abbastanza ingenua sono approdato alla classifica delle migliori università per arte e design a livello globale, scoprendo che al primo posto troneggiava da anni il Royal College of Art di Londra. Una volta entrato credevo che avrei continuato a lavorare sulla falsariga del Politecnico, semplicemente con molte più risorse a mia disposizione, ma la realtà era che quel posto è pensato per accoglierti e smantellare ciò che credi di conoscere, lasciandoti il personalissimo compito di ricostruire questi frammenti nella maniera più sensata e aderente a te stesso possibile. A questo punto avevo perso interesse per la progettazione del prodotto in favore della necessità di esprimere il mio punto di vista, svincolato dai bisogni di un’utenza che come designer ero chiamato a soddisfare e, talvolta, ad alimentare e sfruttare. Così sono arrivato alla mia arte, connubio di tutte le mie passioni: volontà performativa, grafica, tatuaggio e progettazione di oggetti.

MG: Con quale processo arrivi ai tuoi lavori? 

S: Il mio background mi ha inculcato la necessità di un metodo progettuale, flessibile ma strutturato, che mi aiuta, per esempio, a valutare quale tecnologia o medium utilizzare e come adoperarli nel modo più sensato possibile. Quelle che prima erano indagini di mercato ora si traducono in domande sugli argomenti che mi interessa portare alla luce, che tipo di conversazione voglio avere con le persone. Una volta individuato il problema inizia la mia ricerca, in cui mi sforzo di assorbire più informazioni possibile sull’argomento, fino a quando comprendo quali prospettive su di esso mi sembrano più pressanti. Nel design questo è il momento in cui si inizierebbe a sviluppare una soluzione al problema, nell’arte invece è lo step in cui si pensa a quale sia il miglior modo per raccontare la questione e dunque permettere ai visitatori di farne esperienza.

MG: Trovo che Self-love 2020 sia rappresentativo – azzarderei iconico – della tua pratica, in cui confluiscono la storia millenaria del tatuaggio, forte progettualità e performatività. 

S: In questa mia prima opera, direi di emancipazione dai miei progetti pre-Sintetico, c’è una forte volontà performativa che dialoga con il bisogno di applicare quella metodologia propria del design di cui ti parlavo.

Self-Love 2020 nasce da un progetto dell’ultimo anno al Royal, sul tema dell’unsettling (trad. sconvolgente). Non volendo realizzare un prodotto industriale ho lavorato sulla pratica del tatuaggio, in particolare sul self-tattooing. Il tatuaggio può essere una finestra sulla psiche, un processo a cui ci si sottopone per autodefinirsi, customizzando la propria interfaccia-corpo in un meccanismo di riappropriazione che spesso è a suggellamento di un’esperienza, il culmine di un processo metabolico, oppure un tentativo di fissare qualcosa.

Self-Love 2020 si sviluppa intorno all’idea dell’auto-tatuaggio come pratica intima e introspettiva.

Avevo già diversi tatuaggi realizzati da professionisti, che, seppur racchiudono un significato personale, sono stati filtrati dalla sensibilità di un individuo altro e quindi parlano tanto di me quanto di chi li ha realizzati. L’aspetto di scambio e incontro umano tra cliente e tatuatore è magico ed è, a mio parere, uno degli aspetti più profondi e fondamentali di questa pratica. Nel momento in cui si interviene autonomamente su sé stessi, potenzialmente questo incontro si tramuta in introspezione, si avverte l’immediata conseguenza del proprio fare.

Il progetto ruota intorno all’idea di auto-tatuarsi in zone del corpo solitamente inaccessibili. Il disegno e la posizione del tatuaggio sono per me due componenti intrinsecamente collegate, perché entrambe si riferiscono alle esperienze che intendiamo imprimere. E’ quindi dalla necessità di segnare in prima persona determinate aree del proprio corpo di difficile accesso che nascono una serie di strumenti, che io stesso ho progettato e realizzato, con i quali è possibile sottoporsi a tale processo.

Self Love 2020 - Sintetico - courtesy of the artist
Self Love 2020 – courtesy of the artist
Self Love 2020 - Sintetico - courtesy of the artist
Self Love 2020 – courtesy of the artist
Self Love 2020 - Sintetico - courtesy of the artist
Self Love 2020 – courtesy of the artist
Self Love 2020 - Sintetico - courtesy of the artist
Self Love 2020 – courtesy of the artist
Self Love 2020 - Sintetico - courtesy of the artist
Self Love, 2020 – courtesy of the artist
Self Love 2020 - Sintetico - courtesy of the artist
Self Love 2020 – courtesy of the artist
Self Love 2020 - Sintetico - courtesy of the artist
Self Love 2020 – courtesy of the artist

MG: In You: expansion of the self (2020) metti in questione quale sia il “prodotto” finale del tatuaggio amplifica l’esperienza sensoriale del tatuaggio, stimolando la persona attraverso proiezioni e suoni generati dal loro stato emotivo durante la sessione.

S: Questo è il lavoro che ad oggi sento più rappresentativo. Anche in questo caso il tatuaggio è la componente centrale. Mi interessava approfondire l’esplorazione iniziata con Self-Love 2020, ponendo però l’accento sull’atto del tatuare come esperienza mindful (trad. consapevole) per chi ci si sottopone.

In maniera molto simile alla meditazione, per cui è necessario sviluppare una tecnica, affinché tale processo possa essere mindful occorre fare allenamento e raggiungere un certo know-how. Ho cercato di facilitare e amplificare l’esperienza del carattere introspettivo del tatuaggio. L’opera è pensata come esperienza performativa, in presenza di un pubblico, in cui i movimenti interiori della persona che viene tatuata si manifestano attraverso l’utilizzo di strumenti che monitorano ed estrapolano indicatori fisiologici dell’individuo per poi ritradurli intuitivamente, con un certo grado di approssimazione, in maniera espansa nello spazio in forma di suono e luce. Ho modificato uno stetoscopio medico inserendo all’interno del tubo un microfono da cravatta, in modo da poter registrare in presa diretta il battito cardiaco e riprodurlo tramite delle casse.

Contemporaneamente, un dispositivo dotato di elettrodi da posizionare sulle dita della mano dell’individuo che si sottopone al tatuaggio ne misura l’attività elettrodermica, calcolando la differenza di conducibilità tra un dito e l’altro, quindi l’intensità del suo stato emotivo. Infatti sia la frequenza cardiaca che l’attività delle ghiandole sudoripare sono collegate al sistema nervoso autonomo, responsabile della sfera delle emozioni. Ho quindi ritradotto questi dati su una scala luminosa che oscilla dal blu, bassa intensità emotiva, al rosso, alta intensità.

Chi assiste alla performance è letteralmente immerso in un ambiente che viene costantemente modificato dallo stato emotivo di chi si sottopone al tatuaggio, in un loop creato dai costanti stimoli che i presenti si rimandano a vicenda.

In You: expansion of the self, 2020 - Sintetico - courtesy of the artist
In You: expansion of the self, 2020 – courtesy of the artist
In You: expansion of the self, 2020 - Sintetico - courtesy of the artist
In You: expansion of the self, 2020 – courtesy of the artist
In You: expansion of the self, 2020 - Sintetico - courtesy of the artist
In You: expansion of the self, 2020 – courtesy of the artist
In You: expansion of the self, 2020 - Sintetico - courtesy of the artist
In You: expansion of the self, 2020 – courtesy of the artist
In You: expansion of the self, 2020 - Sintetico - courtesy of the artist
In You: expansion of the self, 2020 – courtesy of the artist

MG: Al momento stai progettando qualche nuova opera?

S: Mi è stata da poco commissionata un’installazione da Gruppo Zero di Copparo (FE) e Centro Studi Dante Bighi che verrà esposta, in occasione di una rassegna di eventi sul tema dell’antropocene e del rapporto tra ambiente sociale e naturale, nel 2021 a Villa Bighi. Sento il tema in sintonia con la mia ricerca che vede l’umano, in particolare con le sue relazioni ed esperienze, come attore all’interno di un ambiente molteplice e sociale. Non posso rivelarti molto perché è ancora tutto in fase iniziale, ma posso dire che non sarà coinvolto il tatuaggio.

MG: Che progetto realizzeresti se avessi possibilità illimitate?

S: Mi interessa l’esplorazione di stati altri della coscienza, come le esperienze fuori dal corpo e i viaggi astrali, cose che ho solo studiato e mai provato. Quindi mi piacerebbe realizzare una sorta di stato ipnagogico collettivo, indotto e controllato. Nelle mie opere è centrale l’esperienza che viene innescata dall’interazione con chi le vive.